«Così ho cambiato sesso». La storia di Marco e Cecilia

Marco e Cecilia sono oggi un uomo e una donna trans, attivisti, che in prima persona si spendono per far conoscere qualcosa in più del percorso di transizione che affrontano.

È un percorso lungo, che richiede coraggio, non soltanto nell’affrontare i vari coming out o il cambiamento fisico generato dall’avvio di una terapia ormonale sostitutiva. Per tutte le persone trans, il primo step della transizione è la crescita costante della consapevolezza del gap tra genere anagrafico ed elettivo. È un malessere – non un capriccio e non una patologia! – che spesso si avverte già durante l’infanzia. Il ruolo chiave nell’attestazione ufficiale della disforia di genere lo giocano i centri e i medici specializzati che seguono le persone trans lungo tutto il loro percorso, supportandole fisicamente e mentalmente. Il percorso culmina all’anagrafe con una rettifica del genere sui documenti, autorizzata da una sentenza del tribunale. Marco e Cecilia hanno accettato di raccontarci la loro storia.

NB: sia Marco che Cecilia parlano al maschile per riferirsi al periodo dell’infanzia, quello precedente alla transizione; utilizzare il genere anagrafico o quello elettivo è una scelta puramente personale, non esistono regole.

Gli altri articoli della nostra inchiesta
Come si fa a cambiare sesso
I farmaci non si trovano più, persone trans a rischio
Trans, nessuna info sui bugiardini dei farmaci salvavita: quali rischi?

Marco

Il tuo primo coming out avviene con te stesso. Sembra incredibile, eppure a supportarti è la tua fidanzata di allora, con cui ti confessi. Poi entra in gioco Internet…

Ho sempre sentito di essere un bambino, ma molto presto ho imparato che era una cosa che non si poteva dire, non si poteva neanche pensare. Ho iniziato a spendere tutte le mie forze per essere una ragazza come le altre. Guardavo le mie compagne cercando di imitarne i gesti, il modo di vestire. A 26 anni stavo con una ragazza, a lei avevo confessato tutto: la sensazione che la mia vita fosse un grande malinteso, il disagio con il mio corpo, la sofferenza ogni volta che qualcosa mi ricordava che agli occhi del mondo io ero donna. È stata lei a mostrarmi per la prima volta un’intervista a tre ragazzi trans. Prima di allora non avevo mai sentito parlare del percorso FtoM (Female to Male).

Ma sentivo il bisogno cogente di saperne di più. Non avevo mai incontrato una persona transessuale dal vivo, su internet però c’era un intero mondo. Ho trovato video di altri ragazzi FtoM. Pubblicavano le loro storie per aiutare chi, come me, cercava se stesso riflesso. Ho scoperto dove acquistare le canotte per comprimere il seno, che esercizi fare in palestra per avere un aspetto più maschile, come vestirmi per cercare di “passare” il più possibile. 

Immaginiamo che le domande che ti ponevi in quel periodo fossero tantissime…

Ormai avevo capito che c’era un nome – trans – per quello che avevo provato tutta la vita. Ma la paura era tanta. Se avessi perso il lavoro? Se i miei genitori mi avessero rifiutato? Come avrei potuto dirlo ai miei nonni? E se poi fossi diventato un mostro, una specie di chimera, né carne né pesce? Avrei perso la mia ragazza? Avrei mai più trovato una persona disposta ad amarmi?

Per otto mesi non ho fatto nulla. Nulla di nulla. Anche se la mia mente, ormai, era sempre lì.

La fase successiva la chiami “come out of the closet”. Ad un certo punto trovi il coraggio di uscire dal guscio.

Nell’autunno del 2013 ho partecipato ad un progetto di scambio in Francia: amici, colleghi, tutti erano persone che non mi avevano mai visto prima. Nessuno aveva aspettative pregresse su di me, quindi potevo gettare la maschera, farmi conoscere per chi ero veramente. E se tutto fosse andato storto avrei potuto sopportarlo, perché di lì a tre mesi sarei tornato alla mia vecchia vita, che non era felice, ma aveva contorni certi e rassicuranti.

Dicono che ci vuole coraggio per intraprendere la mia scelta. La verità è che se avessi dovuto scegliere, probabilmente sarai ancora lì, con un numero di telefono piegato in una tasca del portafogli, con il maledetto terrore di fare quel passo. Ma per fortuna dentro di noi c’è un istinto alla vita, quello che ci fa nuotare verso l’alto se siamo sul fondo di una vasca. Così, una mattina del dicembre 2013, ho tirato fuori dalla tasca quel foglietto stropicciato e un po’ ingiallito e ho chiamato il MIT (Movimento Identità Trans) di Bologna.

Ci parli del tuo percorso personale?

Al MIT ho iniziato il percorso psicologico, l’impazienza era tanta, ma la strada era lunga. Una volta al mese prendevo il treno per Bologna e incontravo la psicoterapeuta. Dopo un anno ho deciso di continuare il percorso all’Ospedale Niguarda di Milano, che per me era molto più vicino. Nel frattempo ho affrontato molti coming out: gli amici, i genitori, i nonni, la palestra, il gruppo dell’oratorio, per ultimo il posto di lavoro. Ogni volta mi sembrava di buttarmi nel fuoco, ma alla fine ne uscivo più forte e alleggerito di un macigno. A settembre 2015 ho ottenuto il nulla osta alla terapia ormonale e circa un anno più tardi la perizia psichiatrica che attestava la diagnosi di disforia di genere. Con la perizia in mano ho potuto rivolgermi a un avvocato, che ha depositato un’istanza al Tribunale di Pavia. Ad ottobre del 2017 avevo finalmente in mano la sentenza del tribunale, con la quale ho potuto inserirmi nella lista d’attesa per gli interventi chirurgici e contestualmente richiedere all’anagrafe la rettifica dei documenti.

Come va oggi? Come ti senti nei tuoi “nuovi panni”? Sei anche un attivista…

Ora che ho un corpo che mi corrisponde, lo sento come se fosse così da sempre. Il mio nome è quello che sento mio, da quando ero piccolo. Non sarò mai un ragazzo cisgender (cioè un ragazzo nato in un corpo maschile), sono un uomo trans e sono contento di essere chi sono. Nel 2015 ho partecipato al primo Pavia Pride, sul palco ragazze e ragazzi, attivisti, raccontavano con orgoglio le loro storie e battaglie. Ho sentito accendersi dentro di me una fiamma, la voglia di essere accanto a loro, metterci la mia persona, per aiutare chi fosse arrivato dopo, come io ero stato aiutato da chi mi aveva preceduto. Quando mi sono rivolto a “Coming-Aut” Arcigay Pavia avevo dei timori, invece ho trovato solo porte aperte. Anche se ero l’unico volontario trans abbiamo voluto scommettere sulla creazione di un Gruppo Trans e quella scommessa l’abbiamo vinta.  All’inizio alla spicciolata sono arrivati altri ragazzi FtoM,  poi Cecilia, che da subito si è messa in gioco per far crescere il progetto. Con il suo arrivo si sono avvicinate altre ragazze  MtoF. Ora il Gruppo Trans di Arcigay Pavia è una realtà solida e ha molti partecipanti. Il percorso non finisce mai davvero, ogni giorno c’è un passo in più da fare, ma farlo insieme a chi sta vivendo la stessa esperienza è di gran lunga meglio.

Cecilia

Andiamo indietro nel tempo. La tua infanzia scorre come quella di qualsiasi bambino, è negli anni dell’adolescenza che inizi a percepire un certo disagio. E le classiche frasi del tipo “che bel ragazzo che sei diventato” proprio non ti vanno giù…

Sono nata nel 1991 in Valtellina, in un paesino della provincia di Sondrio di circa 450 abitanti. Un posto dove tutti conoscono tutti, protettivo, ma che sa anche guardare di traverso qualsiasi novità, dalle persone alle cose.

La mia infanzia, tutto sommato, è stata serena. Ho vissuto il mio corpo senza curarmi troppo del fatto che fosse un corpo da bimbo o da bimba. Avevo capito che mi piacevano le bambole, assumevo ruoli femminili nei momenti di gioco, ero attratto dai trucchi e dalle scarpe col tacco di mamma. Lei mi lasciava fare e in casa non sentivo nessun giudizio. All’asilo percepivo che i miei interessi non erano condivisi dagli altri bimbi, che c’era una differenza fra me e loro ma questo non mi preoccupava.

Con l’inizio della pubertà sono arrivate le prime difficoltà. Sentivo di non riuscire ad identificarmi con i miei coetanei di sesso maschile e capivo invece di avere istintivamente maggiore affinità con il mondo femminile, dagli interessi delle ragazze ai modi di esprimere il loro essere.  A scuola i miei modi di fare “da omosessuale” o “da femminuccia” venivano notati e non sempre erano ben accolti. Cominciavo a provare un senso di forte vergogna nell’uscire di casa, ma al momento mi mancavano gli strumenti per riuscire a comprendermi. Forse sono un omosessuale molto effeminato, mi dicevo. Probabilmente tutti gli omosessuali si sentono così, cioè delle donne.

Al disagio di sentirmi più affine alle ragazze, ma di essere esteriormente un ragazzo si aggiunsero poi i cambiamenti fisici dell’adolescenza.  La barba stava crescendo, la peluria si espandeva su tutto il corpo, la voce stava diventando più profonda. Parenti, nonni e nonne mi ripetevano, pensando di fare cosa gradita: “Stai proprio diventando un bel ragazzo, ormai sei un uomo”. L’imbarazzo e la vergogna erano forti. Mi isolavo, studiavo giorno e notte per evitare di riflettere su di me. Ero il secchione della scuola e insieme il ‘finocchio’. Non parlavo a nessuno della mia sofferenza, né in famiglia né al di fuori. Non sapevo con chi farlo e non ero sicura di ottenere delle reazioni positive.

Il tuo coming out è relativamente recente, arriva con i tempi dell’università. E ti rendi anche conto di una cosa fondamentale per te: tu ti sentivi donna e volevi vivere come tale, mentre i ragazzi omosessuali che incontravi no.

Sì, mi trasferii poi a Pavia per studiare all’università: qui conobbi alcuni ragazzi dichiaratamente omosessuali che vivevano sé stessi con estrema tranquillità. La cosa mi sconvolse e mi fece riflettere: avevano un aspetto maschile, un abbigliamento maschile, barba, baffi, peli. Tutte cose che per me erano sempre state un problema. Mi resi allora conto che gli omosessuali non si sentono donne, non vogliono avere un aspetto femminile e vivere da donne. Io invece sì: presi consapevolezza di sentirmi donna, di voler vivere da donna ed essere riconosciuta come tale. Avevo bisogno di modificare il mio aspetto in senso femminile.  

A 22 anni feci coming out con me stessa, dopo poco con amici e amiche e con i miei genitori: momenti difficili ma liberatori. Con le amicizie andò complessivamente bene: la maggior parte delle persone rimase al mio fianco, mostrandosi comprensibili. In famiglia ci volle più pazienza: la notizia inizialmente lasciò i miei sconvolti e con molti interrogativi, incapaci di trovare spiegazioni. Cominciai intanto a documentarmi su come iniziare il percorso di transizione.

Così, anche per te inizia la fase del percorso di transizione. Da un anno anche sui documenti sei ufficialmente Cecilia.

Trovai la forza di prenotare una visita all’ospedale Niguarda di Milano e di lì a breve e iniziai le sedute psicologiche con molti timori e con molto spavento. Mi venne rilasciato dopo quasi un anno il documento di nulla osta per poter cominciare la terapia ormonale e dunque, a marzo 2015, iniziai ad assumere estrogeni e antiandrogeni. Cominciai gradualmente a vivere al femminile ogni ambito della mia vita, fra la gioia di vedere la mia immagine che prendeva forma e il dolore causato da un mondo ancora poco ben disposto nei confronti delle persone trans. Dopo due anni ho ottenuto la relazione psichiatrica di disforia di genere e ho potuto così iniziare l’iter legale per la rettifica anagrafica. L’anno scorso ho avuto la sentenza positiva dal tribunale e ora i miei documenti corrispondono alla mia identità.

La transizione mi ha consentito di vivere appieno la mia vita e di essere una persona migliore, innanzitutto con me stessa. In quattro anni sono migliorati i rapporti con le persone che mi circondano e ho ampliato le mie amicizie. In famiglia ho trovato totale accoglienza e sostegno: un risultato non scontato e ottenuto con tanta pazienza.

Insieme a Marco e all’associazione Coming Aut Arcigay Pavia ogni giorno vi impegnate per fornire informazioni e sostegno. Tu, in particolare, in città sei un volto noto: hai portato avanti la battaglia per ottenere il doppio libretto in Università, com’è accaduto in altri atenei italiani.

Tre anni fa l’incontro con “Coming Aut” Arcigay Pavia: volevo conoscere altre persone transessuali, ma sembravano non essercene. Poi l’arrivo di Marco, il primo che ha avuto il coraggio di metterci la faccia e di dare inizio al Gruppo Trans, un gruppo di auto-mutuo-aiuto rivolto a persone trans e a chi si interroga sulla propria identità di genere. Sempre grazie a “Coming Aut” due anni fa abbiamo vinto la battaglia del libretto alias all’interno dell’ateneo pavese, che consente a studenti e studentesse transessuali che non abbiano ancora rettificato i documenti di poter vivere la vita accademica utilizzando il genere e il nome di elezione.

Essere una persona transessuale per me è motivo d’orgoglio: se non avessi lavorato tanto su me stessa per costruire la mia identità, non sarei la persona che sono adesso e forse tanti aspetti della mia vita sarebbero scontati. 

Gli articoli della nostra inchiesta

Trans, nessuna info sui bugiardini dei farmaci salvavita: quali rischi?

«Così ho cambiato sesso». La storia di Marco e Cecilia

Come si fa a cambiare sesso

I farmaci non si trovano più, persone trans a rischio

Anna Tita Gallo

Anna Tita Gallo

Giornalista pubblicista e content manager. Scrive di comunicazione, Web, marketing, pubblicità, green economy, cronaca ambientale.

Anna Tita Gallo

Anna Tita Gallo

Giornalista pubblicista e content manager. Scrive di comunicazione, Web, marketing, pubblicità, green economy, cronaca ambientale.

Gli articoli più letti della settimana

I video più visti del mese