I 10 migliori film del decennio 2010-2019

Il cinema ai tempi di Netflix

La macchina del cinema in questo decennio ha subito trasformazioni tecniche e antropologiche incredibili. Si fruiscono i film in modo molto differente dal Novecento. Le piattaforme sono diventate centrali nel sistema distributivo. L’avvento del digitale ha modificato percezioni, estetiche, grammatica, sintassi, storia e geografia del cinema. È tempo di classifiche per i migliori film del decennio. Questi sono i miei, molto condizionati da quello che ho visto, fruito e analizzato. Per questo tre film sono italiani tra cui il primo. Un decennio molto condizionato dalla scuola messicana che ha conquistato Hollywood, dall’avvento planetario di Netflix e Sky e dagli outsider che non mancano.  Perché il cinema non muore mai…

LA GRANDE BELLEZZA di Paolo Sorrentino, 2013

Un grande Gatsby de noantri. Forse più autentico e più cupo ma dotato di autoironia italiana per combattere il depressismo imperante, un continuo “chiagni e fotti” illuminato divinamente da Bigazzi e raccontato da morbide carrellate in dolby che rifanno bene il cinema italiano come racconto internazionale. Elogio del rimpianto intinto in una sana cattiveria. Campi e controcampi attorno a un unico libro di successo e il fantasma di Moravia. Jep Gambardella attualizza “La Dolce vita” a Roma al tempo del postmoderno con notti bianche senza fine e senza sosta di un flaneur del disincanto che primeggia per cinismo. Cardinali che recitano ricette, poeti che restano muti, sante gestite da manager, badanti di grande umanità, umanità varia sparpagliata in set bellissimi, decor, vestiti, installazioni che completano al meglio lo spettacolo. Colonna sonora di alto livello.  Paolo Sorrentino è il nostro principale regista internazionale. Premio Oscar

BIRDMAN 2014 di Alejandro Gonzalez Inarritu, 2014  

E poi entri in una sala e vedi un film che ti fa tornare a casa contento per il fatto che in giro c’è ancora ottimo cinema che comprende come va il mondo con un unico piano sequenza (anche se tecnicamente è stato costruito con un artificio per farlo sembrare tale). Straordinari attori che fanno il verso a se stessi. E quelli dell’Academy hanno votato convinti per chi processa la Hollywood degli effetti speciali e della trame generaliste assegnandogli l’Oscar per miglior film, regia, fotografia, sceneggiatura. La stella decaduta del cinema prova con il teatro a convincere critica e pubblico che lui resta il migliore. Il suo ruolo da supereroe lo angoscia e lo assedia. Buona riflessione sull’incidenza dei social network nella vita planetaria delle persone.

LA FORMA DELL’ACQUA di Guillermo Del Toro, 2017

La scuola messicana conquista il tetto del mondo rileggendo anche la fantascienza e il valore della diversità. Ispirato da “Il mostro della laguna nera” classico di genere. Ambientato nel 1962 ai tempi della guerra fredda. La protagonista è una donna muta che lavora alle pulizie in un laboratorio scientifico del governo dove viene portata la creatura mostruosa che commuove per sensibilità e per le torture a cui viene sottoposto. Personaggi delineati alla perfezione non solo per i protagonisti ma anche per il cattivo, lo scienziato che si mette dalla parte del bene, Zelda la collega della protagonista. Omaggio al cinema novecentesco con citazioni e sala cinematografica che è ai margini della vicenda. L’amore trionfa in forme acquatiche inattese. Effetti speciali perfetti e incastonati al servizio della trama. Quattro premi Oscar e un Leone d’oro

THE IRISHMAN di Martin Scorsese, 2019

La dimostrazione che il cinema è vivo, grande, ancora potente come un atleta e che le sue storie accompagnano la Storia del mondo. Una cricca di italoamericani cresciuta nelle mille luci soffuse di New York tra omicidi e sballati fuori di testa riflette sulla vita e la morte. I mafiosi con le loro turpi vicende in mezzo alla Storia d’America da Patton ai Kennedy fino a Nixon. Quei bravi ragazzi sono uomini anziani che le tecniche digitali miste a pellicole invecchiano e ringiovaniscono girovagando nel Tempo del film che scorre per 210 minuti attraverso decenni come il grande cinema sa fare quando al comando c’è un grande autore. Montato divinamente, sceneggiato con precisione balzacchiana e dialoghi rutilanti, illuminato da una fotografia caravaggesca che si affida a movimenti di macchina sinuosi e controcampi che valorizzano un manuale di recitazione a futura memoria per coloro che verranno ad ammirare ricostruzioni d’epoca perfette.

JOKER di Todd Philipps, 2019

Prendi Gotham City e trasformala nella New York metatemporale assediata da degrado e violenza. Poi immagina l’umanità del cattivo dei supereroi per farne un campione del dolore ai tempi dell’odio diffuso che si ribella a tutto ciò che lo circonda. Ha scritto Sergio Marini: “È potente. È disturbante. È magnifico. È terribile. È il primo film tratto da un fumetto a vincere un festival prestigioso come quello di Venezia”. L’interpretazione di Joaquin Phoenix è destinata a entrare nella storia del cinema per l’intensità con cui ha saputo costruire un personaggio complesso e autentico. Ispirato anche dai grandi film di Scorsese. La discesa negli inferi della follia di un attore comico magnificamente vestito nei suoi abiti di scena. E la sua maschera è stata avvisata nelle manifestazioni di piazza della globalizzazione in crisi. 

PARASITE di Bong Joon-Ho, 2019

Dall’emergente Corea un film che mescola alla perfezione diversi generi e che da Est ci fa comprendere come il mondo sia uguale nelle sue profonde diversità regolate dal digitale e da barriere sociali spesso invalicabili. Una poetica molto originale di un regista bravissimo mette a confronto tra loro due case e due famiglie in una sceneggiatura perfetta che si concede divagazioni splatter, atmosfere da commedia, dialoghi degni di Woody Allen. Ha scritto Giovanni Bogani “La lotta di classe raccontata senza slogan, bandiere, ideologie, operai, picchetti. La lotta di classe raccontata con classe”. I ricchi gentili perché ricchi. i poveri affamati di consumo e di agi perché poveri. Attori bravissimi. Palma d’oro a Cannes

IL CAPITALE UMANO di Paolo Virzì, 2014  

Un colpo di fucile al cuore dell’italiano medio. Il miglior Virzì di sempre si allontana da Livorno e diventa regista internazionale. La contemporaneità della crisi globale in tricolore arricchita da tocchi che spaziano tra Hitchcock e i fratelli Coen. Quattro episodi nell’arco di sei mesi e una notte che cambia la vita di tutti. Un cast in forma magica che scolpisce talento per grandi attori e attrici. Dietro un disegnatore matto c’è sempre una piccola città ignobile nel villaggio globale. Denari neri dietro quello che appare. Padri che hanno mangiato i sogni dei figli, drop out belve come i capitalisti, donne dal cuore puro, razza padrona che ha distrutto l’Italia. Nel Paese dove i teatri diventano condomini della speculazione finanziaria le amicizie sono solo apparenze e fiere delle atrocità. 

ROMA di Alfonso Cuaròn, 2018

Nei film del XXI secolo c’è ancora spazio per amare film in bianco e nero al tempo del digitale. L’autore messicano di turno questa volta racconta le vicende del proprio Paese. Gli anni Settanta ai tempi delle strage in piazza viste attraverso una famiglia altolocata del quartiere omonimo del titolo. La famiglia, la casa e il quartiere sono quelle di Cuaròn.  Un regista da blockbuster hollywoodiani si prende il lusso artistico dei virtuosismi d’autore e piani sequenza mirabili. Come in molti migliori film del decennio anche qui c’è il trionfo degli ultimi, di chi rassetta, la periferia del mondo. Tre linee narrative raccontano il Messico dell’epoca, la famiglia borghese e la vera protagonista, l’india Cleo interpretata da una sorprendente attrice esordiente. Oscar per la fotografia e Leone d’Oro a Venezia

HABEMUS PAPAM di Nanni Moretti, 2011

In eguale classifica tematica gli autorevoli ma un po’ decaduti “Cahiers du Cinema” oltre a mettere in cima una serie tv mettono tra i loro preferiti “Mia madre” del loro sempre amato Nanni italiano. Mi permetto di dissentire preferendogli un film profetico e meglio compiuto dedicato agli smarrimenti e alle nuove strade della Chiesa cattolica. Il nuovo Papa eletto è pieno di dubbi, Le ansie lo attanagliano. C’è bisogno di ricorrere alla psicologia per salvare il Sacro e la tradizioni. Moretti davanti e dietro la macchina da presa offre il meglio mescolando riflessione seria con umorismo forbito. Ha scritto Federico Pontiggia “È cinema puro, il film a più alto tasso cinematografico di Moretti: movimenti di macchina ambiziosi, una direzione d’attori che evangelicamente fa degli ultimi (per pose) i primi e una regia totale, che mixa humour e riflessione, dubbio ed esistenza, singolo e collettività, libero arbitrio e istituzione, Vita e Sistema”.

DIO ESISTE E VIVE A BRUXELLES di Jaco van Dormel, 2015

Un regista belga che in un ventennio ha girato solo quattro film notevoli, nel suo ultimo mescola riso e pianto in una commedia corrosiva che riscrive il Nuovo Testamento. Echi di Buñuel e di Pasolini ma rivisti in forma originale e attuale. Dio vive in un piccolo appartamento a Bruxelles assieme alla figlia Ea che maltratta regolarmente e che non è mai uscita da casa. La giovane, stanca dei continui soprusi, decide di scappare e seguire l’esempio del fratello maggiore, Gesù. Non prima però di aver rivelato via SMS a tutti gli uomini la data della loro morte e aver manomesso il computer del padre. Stroncato ferocemente dalla critica cattolica. Lo trovo, invece, in perfetta linea con il papato di Bergoglio.  

Paride Leporace

Paride Leporace

Giornalista, scrittore, blogger. Ha diretto tre quotidiani. cronista di cinema e di varia umanità. Direttore della Lucana Film Commission. Vive al Sud. Si definisce calabrolucano.

Paride Leporace

Paride Leporace

Giornalista, scrittore, blogger. Ha diretto tre quotidiani. cronista di cinema e di varia umanità. Direttore della Lucana Film Commission. Vive al Sud. Si definisce calabrolucano.

Gli articoli più letti della settimana

I video più visti del mese