I 10 migliori film sportivi

Miti e leggende di grandi campioni

Cinema e sport hanno molte affinità. Un pubblico che guarda uno spettacolo, gli eroi al centro della scena. I parallelismi potrebbero essere infiniti. Lo sport difatti è stato per il cinema una fonte di ispirazione inesauribile, tanto che fino a oggi sono stati realizzati quasi 2500 film a contenuto sportivo.
Un paradigma li divide in tre categorie: i film in cui si assiste al trionfo di chi fino ad allora aveva sempre perso, quelli in cui viene sconfitto, o al contrario si riscatta, il campione celebrato, e infine quelli in cui l’evento sportivo fa da ambientazione alle vicende dei protagonisti. 
Grandi registi e autori di genere vi sono cimentati. Il pugilato a mio modo di vedere è lo sport che meglio prevale e la cinematografia americana quella che domina incontrastata per aver meglio affidato la sua identità nazionale a sport e cinema. Questi i miei migliori dieci. 

MILLION DOLLAR BABY di Clint Eastwood, 2004

Clint Eastwood ci porta per mano, tra la puzza di palestra e tra i sogni dello sport più bestiale che esista, regalandoci emozioni forti in un film crepuscolare e autentico che resterà a futura memoria tra i capolavori a cinque stelle. Una sceneggiatura perfetta come un orologio svizzero tratta da una raccolta di racconti letterari scritti da uno straordinario signore che ha vissuto a bordo ring come allenatore e infermiere. Chi narra è un pugile di colore (Morgan Freeman) che ha perso un occhio nel suo ultimo-penultimo combattimento. Da allora è lo scudiero guardiano del suo allenatore Frankie Gunn (Clint Eastwood), un uomo tosto e solo che vive gestendo una palestra e curando pugili. Ma sarà una ragazza a disegnare i nuovi contorni del genere pugilistico. Maggie Fitzgerald è una sguattera di periferia che meglio dei boxeur visti in altri film salirà in alto. Ad un mondo di uomini con la ferocia dell’impegno fisico (ben interpretato dall’attrice Hilary Swank dieci chili in più per entrare in una parte molto difficile) farà conquistare al team quello che mai avevano ottenuto. Ma mai bassare la guardia perché il risultato può essere capovolto. Quattro Oscar al miglior film, regia, attrice protagonista e attore non protagonista. Lo meritava anche Clint come protagonista.

FUGA PER LA VITTORIA di John Huston, 1981

Ispirato a una drammatica partita realmente giocata durante la seconda guerra mondiale tra una squadra tedesca e una ucraina con l’obbligo di perdere, pena la vita in caso contrario, e già portata al sullo schermo da un regista sovietico e ungherese. Ma ben altro risultato ottiene un maestro del cinema che stravolge la storia esaltando spettacolo e valore della libertà. Tutto è costruito in ragione della partita che occupa con emozioni e suspence la parte finale del film. Ottimo cast a partire dall’ufficiale nazista che organizza il mach affidato al bergmaniano Max Von Sydow che ha l’antagonista alleato in Micheal Caine. Tra i pali Sylvester Stallone che cercava, trovandola, direzione registica di alto livello. Il film si avvale di molti campioni che portano in campo meraviglie tecniche. Tra i più celebri i dribbling di Ardiles, le discese di Bobby Moore e sua maestà Pelè, autore di una rovesciata da cineteca. Ritmo straordinario e vicenda avvincente. Una marsigliese dalla curva che mette i brividi. È una delle più originali evasioni della storia del cinema. 

ROCKY di John G. Advisen, 1976

Uno sconosciuto Sylvester Stallone grazie al film diventa uno dei divi più acclamati della storia hollywoodiana. Ancora un pugile italoamericano, frutto della fantasia dell’attore autore della sceneggiatura, Rocky Balboa a Filadelfia è un pugile senza fiducia di nessuno, costretto a vivere facendo il mafioso di quarta serie. Il caso improbabile vuole che diventi lo sfidante del campione del mondo Apollo Creed magnificamente modulato sulla figura del pugile Frazier per una sfida che santifica il Bicentenario americano. L’incontro, che dovrebbe essere una specie di combine, si trasforma in qualcosa di epico con vicende altalenanti e di gran vigore spettacolare. Alla storia arride anche la vicenda amorosa con l’introversa Adriana interpretata dalla sorella di Francis Ford Coppola. Indimenticabile l’allenamento per vie di Filadelfia accompagnato dalla rotante colonna sonora di Bill Conti. Primo utilizzo della cinepresa steadycam. Costato circa un milione di dollari ne incassa 227. Tre Oscar di peso (film, regia, montaggio) nell’anno che gareggiavano anche “Taxi driver” e “Tutti gli uomini del presidente”. Capostipite di un genere che ha prodotto cinque seguiti e due spin off. 

TORO SCATENATO di Martin Scorsese, 1980

Capolavoro dell’acclamata coppia Scorsese-De Niro girato in bianco nero per meglio raggiungere l’atmosfera dell’epoca e del mondo che splendidamente racconta il contesto italoamericano del Bronx attraverso il campione dei Medi Jack LaMotta, furia umana del ring e disastro esistenziale negli affetti a casa. Gli altari e la polvere del campione di boxe raccontati con esiti straordinari. Considerato dall’American Film Istitute miglior film di sport di tutti i tempi. Suprema e indimenticabile l’interpretazione di Robert De Niro che ingrassa di molti chili e diventa pugile autentico che gli vale un premio Oscar. Non manca Joe Pesci a far da spalla nel ruolo del fratello manager.  Strepitoso montaggio di riprese innovative realizzate dal punto dii vista dei pugili nel combattimento e non di quello del pubblico. Le musiche delle opere di Mascagni a commento delle immagini sono sono entusiasmanti.

UN MERCOLEDI’ DA LEONI di John Milius, 1983

Gli anni del grande sogno giovanile americano e della caduta dei miti attraverso la cornice epica della tavola da surf. Tre giovani e aitanti surfisti si mettono in luce nell’estate del 1962 (è lo stesso anno dell’ambientazione di American Graffiti). Divenuti i beniamini di uno  stravagante artigiano produttore di tavole, affronteranno la vita scegliendo strade diverse. Milius, avendo frequentato la comunità dei surfisti di Malibu in California, aveva materiale esistenziale e artistico da maneggiare, ben modellando la vicenda facendola scandire da quattro mareggiate rimaste negli annali che valorizzano le spettacolari riprese in mare. Film sulla perdita d’innocenza legata alla guerra del Vietnam e magnifica storia sulla linea d’ombra che attraverso chi diventa definitivamente adulto. 

INVICTUS di Clint Eastwood, 1999

Film cult per rugbisty e appassionati di palla ovale ma apprezzato molto anche dagli appassionati di cinema. Clint Eastwood richiama in servizio Morgan Freeman per interpretare Nelson Mandela e lo affianca con Matt Damon nei panni dal capitano bianco della squadra nazionale di rugby, impegnato a giocare il torneo mondiale in Sudafrica subito dopo la caduta dell’apartheid.  Proprio la segregazione aveva bandito il Sudafrica per lungo tempo dai tornei internazionali facendone un tratto identitario dei suprematisti bianchi e affidando l’amore per l’ovale ai bianchi, al contrario dei neri che preferivano il calcio. Lo sport come riconciliazione e rinascita di una nazione che sa uscire da una lunga e atroce guerra civile e di una squadra che vincerà il trofeo battendo in finale i divini All Black neozelandesi. Spettacolari riprese dei momenti di gioco. 

OGNI MALEDETTA DOMENICA di Oliver Stone, 1999

Nello stesso anno di “Invictus” il cinema dell’ovale regala un altro film indimenticabile sul versante Football americano. Film aggressivo e spettacolare come sanno essere quelli di Oliver Stone. Al Pacino negli insoliti panni di un coach che diventerà punto di riferimento con i suoi discorsi per squadre di ogni tipo e per formatori motivazionali professionali. Tony D’Amato allena da anni la squadra di football dei Miami Sharks, ma la sconfitta delle ultime quattro partite permette a Christine, figlia del mecenate, di prendere il controllo della società. Sono tutti a rischio. Il blasone del club potrebbe trasferirsi a Los Angeles. Sceneggiatura perfetta disseminata da ostacoli e rinascita e finale che non ti aspetti. Riprese ovviamente spettacolari, sei veri coach famosi interpretano gli allenatori della squadra avversaria. 

MOMENTI DI GLORIA di Hugh Hudson, 1981

Alla vigilia delle Olimpiadi di Parigi del 1924, due giovani inglesi si mettono in luce nelle gare podistiche. Uno è figlio di un ebreo lituano e studente a Cambridge, corro contro il bullismo razzista che lo circonda. Eric Liddell, figlio di un missionario scozzese, aspirante predicatore corre per magnificare Dio. Film sull’amicizia, il dialogo tra religioni, il destino e le scelte da compiere. Opera prima di un regista pubblicitario che adoperando ralenti e tecniche di ripresa di provenienza vince quattro Oscar, tra cui miglior film. Oltre ai costumi all’italiana Canonero e alla sceneggiatura, uno va alle musiche di Vangelis che da allora accompagnano le immagini sportive televisive di vittoria come topos statuito. 

GIOVENTU’, AMORE E RABBIA di Tony Richardson, 1962

Pessima traduzione italiana del titolo originale “The loneliss of the long distance the runner” che introduce al tema della corsa campestre che avvolge la trama di un film caposaldo della meritoria stagione del “Free cinema” britannico. Adeguato bianco e nero per narrare la storia di un giovane vessato dal disagio sociale (come fa oggi Ken Loach) e che finisce in riformatorio. Trova il suo demone da runner di valore. Il direttore buonista diventa sua allenatore e  lo manda a gareggiare per il buon nome del carcere minorile contro i signorini del college. Finale stupendo. Sancì il successo del protagonista Tom Courtney qui per la prima volta su un set. 

ULTIMO MINUTO di Pupi Avati, 1987

Nonostante sia una sorta di religione italiana, il cinema tricolore non è mai riuscito a ottenere grandi film dalla passione pallonara. Fa accezione questo crepuscolare racconto su un direttore sportivo che ha sacrificato la sua vita personale per una squadra provinciale che fa l’altalena tra A e serie B. Il nuovo presidente lo mette alla porta ma il protagonista interpretato da un ottimo Tognazzi saprà prendersi la rivincita. Un film che secondo Morandini “ha il merito di raccontare l’ambiente calcistico mostrando quello che la tv non fa mai vedere”. Merito anche dei giornalisti sportivi Italo Cucci e Michele Plastino che hanno collaborato alla sceneggiatura. 

Foto di Valentin Tikhonov da Pixabay

Paride Leporace

Paride Leporace

Giornalista, scrittore, blogger. Ha diretto tre quotidiani. cronista di cinema e di varia umanità. Direttore della Lucana Film Commission. Vive al Sud. Si definisce calabrolucano.

Paride Leporace

Paride Leporace

Giornalista, scrittore, blogger. Ha diretto tre quotidiani. cronista di cinema e di varia umanità. Direttore della Lucana Film Commission. Vive al Sud. Si definisce calabrolucano.

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