Il campo profughi di Moria, Grecia, è uno dei posti peggiori del mondo e a viverci sono soprattutto bambini

Un campo pensato per 3 mila persone oggi ne ospita 19 mila, il 40% sono bambini che arrivano anche a tentare il suicidio

“Se si può stilare una classifica dei posti peggiori del mondo, sicuramente il campo profughi di Moria è tra i primi. Il contrasto con l’ambiente mediterraneo bellissimo dell’Isola di Lesbo che lo ospita e il salto incredibile che c’è solo spostandosi di pochi chilometri, dove il turismo e la vita di tutti i giorni continuano, sono cose che colpiscono profondamente. Gli operatori più provati, al ritorno dalle missioni, ultimamente, sono paradossalmente quelli che sono stati in Grecia, nella nostra Europa, a pochi chilometri da qui”. Lo racconta Maurizio Debanne, che è stato a Moria in autunno, per curare la comunicazione di Medici Senza Frontiere da quelle zone.

L’Isola di Lesbo

“Io definirei Lesbo l’isola delle contraddizioni, perché da un lato è una delle più grandi isole della Grecia, che d’estate si riempie di turisti, fino a ottobre, molto bella, e anche se in questi ultimi anni c’è stata una leggera flessione, continuano ad esserci alberghi e ristoranti, dove si fa una vita assolutamente normale. E poi ci sono i campi profughi”, spiega Maurizio.

L’Isola di Lesbo è molto vicina alla Turchia, e quindi in questi anni è diventata approdo dei tanti che scappano dalle guerre che stanno insanguinando tutto il Medio Oriente. Solitamente dapprima si spostano in Turchia e poi, quando riescono, tentano di raggiungere la Grecia e l’Europa per chiedere asilo. “In genere sbarcano a Nord, dove c’è la parte più turistica, poi vengono trasportati a Sud dove ci sono questi campi”, spiega.

“Il campo di Moria nasce da un’ex base militare, attrezzata nel 2013 per ospitare non più di 3 mila persone, e che oggi arriva a ospitarne 19 mila.In tutta l’isola sono poi ospitate 21 mila persone, perché c’è un altro piccolo campo. E nel momento in cui ci stiamo parlando, in tutte le isole greche ci sono 42 mila persone, uomini, donne e bambini bloccati per un tempo indefinito”, racconta Debanne.

Il massimo degli arrivi si è raggiunto proprio quest’autunno, a fine agosto e settembre, tutte persone partite dalla Turchia. “Un anno fa, nel gennaio–febbraio del 2019”, dice Maurizio, dati alla mano: “c’erano a Moria 5 mila persone, adesso sono più che triplicate. Soprattutto afghani, siriani, iracheni, che scappano da guerre che continuano. Il campo è letteralmente esploso ed oggi le persone sono state costrette per ragioni di spazio ad accamparsi anche nella campagna circostante il campo, organizzando campeggi improvvisati tra gli ulivi. E anche qui la contraddizione è molto evidente: immaginate questo bellissimo uliveto, come quelli che ci sono da noi, su una collina da cui sullo sfondo si vede il mare, e poi sotto vedi queste persone. Ho incontrato bambini che sono sbarcati da soli, senza nessun adulto con loro, arrivati da qualche ora, che non avevano un posto dove andare, gli avevano fornito una tenda ma non avevano nemmeno il materiale per isolarsi dal terreno”.

La percentuale di bambini in questo campo e nel suo vicino più piccolo è superiore alla media, conferma Debanne: “Sono il 40%, più di 7 mila. Bambini che non vanno a scuola, che non sono più padroni del loro futuro. I loro genitori ci raccontano di essere spesso colti dal senso di colpa per essere partiti, perché la loro è una generazione perduta”. Medici senza Frontiere ha una clinica di salute mentale per adulti nella città di Mitilene, e una clinica pediatrica appena fuori dal campo di Moria: “riceviamo bambini con malattie anche gravi, croniche, che non dovrebbero essere lì e che non dovrebbero stare proprio sull’isola perché nemmeno l’ospedale di Mitilene sarebbe in grado di curarli. Stiamo parlando di bambini malati di cancro, malattie cardiovascolari, diabete...”.

Foto fornita da Medici senza Frontiere
Foto fornita da Medici senza Frontiere

Il campo dei bambini

Le condizioni di vita sono pessime, ma Maurizio racconta che quello che annienta psicologicamente le persone è l’assenza di futuro: “In Grecia sbarcano famiglie normali: architetti, ingegneri, notai, avvocati, ho conosciuto anche giornalisti. Famiglie normali, che sono state minacciate, o che hanno avuto la loro città bombardata, o non potevano più stare nel loro Paese. Nella disperazione hanno deciso di pagare questo viaggio per tentare di mettersi in salvo. Ma la disperazione più nera arriva dopo, quando ci si ferma in questo campo da cui non si sa se mai si uscirà”.

Chiediamo di capire, proviamo a metterci nei panni di una persona che arriva: “arrivi lì, ti danno il minimo indispensabile per accamparti. Ti danno da mangiare, c’è una mensa, il cibo è spesso terribile e improvvisato: un pomodoro, una banana, delle merendine, un pugno di lenticchie…nulla che possa veramente nutrirti in maniera completa, soprattutto se sei un bambino. Dopodiché ti fissano la data per il primo colloquio per la procedura di asilo: 15 mesi dopo, come minimo. Quindi ti metti nell’ottica di aspettare più di un anno solo perché la tua pratica inizi ad essere esaminata. Vivendo in una tenda, nel fango, con un bagno ogni 50 persone e una doccia ogni 70. Puoi uscire dal campo ma non puoi lavorare, perché non hai documenti validi. Aspetti e sopravvivi”. Una volta fatto il primo colloquio passano altri mesi prima che eventualmente sia possibile spostarsi, continua Maurizio: “La resilienza umana è enorme, ma davanti a questa attesa infinita molti crollano, e quando parli con le persone senti questo senso di rassegnazione molto forte. C’è una grossa differenza tra chi è appena arrivato e chi sta lì da due o tre mesi”.

E i bambini? “Sono tantissimi, li vedi per tutto il campo, anche piccoli, che giocano. Anche loro però soffrono in questo luogo che noi di Medici senza Frontiere abbiamo più volte definito ‘un inferno’. A Moria, come Medici Senza Frontiere, abbiamo un’unità che si occupa di salute mentale e abbiamo constatato nei bimbi diversi episodi di autolesionismo e tentativi di suicidio”.

Foto fornita da Medici senza Frontiere
Foto fornita da Medici senza Frontiere

La “distrazione” di tutti

Il campo è gestito dal governo greco, che non riesce a far fronte a queste emergenze, sia dal punto di vista economico che organizzativo. Ma l’Europa, le istituzioni, l’opinione pubblica, non sono così attenti. “Come Medici Senza Frontiere abbiamo cercato il più possibile di far parlare di questo campo, con televisioni, giornali, con tutti i mezzi a nostra disposizione”, dice Debanne. E i giornali ne hanno parlato, hanno raccontato anche le proteste degli stessi ospiti del campo, quest’autunno dopo che si sono succeduti diversi incidenti mortali: roghi, omicidi, investimenti, che hanno coinvolto spesso dei minori. “Però poi non è cambiato molto, e adesso il campo è sempre là, e d’inverno fa freddo, c’è vento…”.

Maurizio, come tanti operatori di MSF, ha lavorato in altre realtà difficili, questa esperienza a Moria lo ha segnato: “sono stato nelle Favelas in Perù, in Kosovo durante il conflitto. Nessuna mi ha scioccato come questa, perché se per quei posti sei ‘preparato’, qui la distanza tra la disperazione con la normalità del turismo, della città, era minima. La spiaggia, il mare, erano bellissimi ma io in quel mare non sono riuscito a fare il bagno, tanti di noi hanno il rifiuto verso il mare”.

Foto fornita da Medici senza Frontiere
Foto fornita da Medici senza Frontiere

La storia che ti ha colpito di più?

“Quella di una bambina di 9 anni, afghana, con una ferita di guerra a una gamba, sulla sedia a rotelle, e non riuscivamo a convincere le istituzioni a farla uscire dal campo, l’ho trovata assolutamente una follia”.

Abbiamo raccontato un Natale con Medici senza Frontiere qui: https://www.peopleforplanet.it/natale-al-campo-profughi/
Abbiamo raccontato la storia di altre persone che fanno volontariato qui https://www.peopleforplanet.it/la-vicenda-di-silvia-rapita-in-kenia-parliamo-con-altri-volontari-come-lei/
Se volete conoscere meglio il lavoro di Medici Senza Frontiere o sostenerlo il loro sito è: https://www.medicisenzafrontiere.it/

Margherita Aina

Margherita Aina

Giornalista, ha lavorato in radio e in televisione, scrive e si occupa di comunicazione, senza dimenticare le sue radici nelle risaie novaresi

Margherita Aina

Margherita Aina

Giornalista, ha lavorato in radio e in televisione, scrive e si occupa di comunicazione, senza dimenticare le sue radici nelle risaie novaresi

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