Natale al campo profughi, intervista a Medici senza frontiere

Natale al campo profughi

C’è chi non passerà un Natale “comune”. Per forza, o anche per scelta: la testimonianza di una infermiera di “Medici senza frontiere”

«Alla fine la cosa più importante è riuscire a mandare il messaggio che il dono più bello è restare umani. Chi è a casa a Natale e leggerà questo articolo, potrà ricordarsi che tutto quello che fa lo può fare dando valore alla nostra umanità, dalle cose piccole a quelle grandi, anche nel proprio lavoro».

Grazie mille Elena, infermiera che collabora da anni con Medici Senza Frontiere, per aver trovato le parole che definiscono lo spirito di questo racconto che non vuole fare la morale, commuovere e nemmeno indignare o colpevolizzare, ma semplicemente vuole essere un’occasione per riflettere, per metterci nei panni degli altri.

Abbiamo pensato che per questo Natale sarebbe stato interessante andare a vedere come lo si passa in posti che immaginiamo lontanissimi dal concetto di “festa”, come lo trascorrono le persone che hanno deciso di stare in questi posti e quelle che non hanno deciso, ma ci si sono trovate. Tra questi posti ci sono i campi profughi.

Ne parliamo con Elena Zandanel, infermiera, che ha passato spesso il 25 dicembre in missione con Medici Senza Frontiere.

Un Natale nel campo profughi più grande del mondo

«Il Natale di due anni fa l’ho passato nelcampo profughi più grande del mondo, Cox’s Bazar, in Bangladesh, che oggi accoglie un milione di persone, soprattutto Rohingya, in fuga dalle persecuzioni in Myanmar», ci racconta «Poi altre due volte a Natale lavoravo per MSF in Sicilia, nei porti dove sbarcavano i migranti tratti in salvo nel Mediterraneo. Ero lì nel 2014 e nel 2015, e per me sono state paradossalmente le situazioni più difficili».

Ti ricordi cosa hai fatto a Natale quando eri in Bangladesh?

«Lì ovviamente non sono cattolici, quindi si sa che c’è Natale e che è una festa, ma viene percepito in maniera diversa, anche tra le persone che lavorano nel campo. Il rapporto che però si crea tra le persone che lavorano in queste situazioni è molto stretto, e spesso ci si lega molto al National Staff, lo staff locale.

I nostri colleghi del Bangladesh hanno organizzato una festa di Natale per noi. Mi ricordo che sono andata a lavorare come tutti gli altri giorni, e poi all’una i nostri colleghi hanno cucinato un pranzo per noi, sapendo che faceva parte della nostra cultura. È un gesto che ricordo con molto piacere. Lo staff era internazionale e con noi c’erano europei e americani, avevamo cercato di mantenere lo spirito del Natale, avevamo addobbato la casa… la sera di Natale con le altre tre italiane abbiamo cucinato come al solito e una ragazza iraniana ci ha fatto l’hummus».

Cosa hai fatto il giorno di Natale, che di fatto è un giorno come gli altri per uno che lavora in un ospedale, ed ancora di più in un ospedale di un campo profughi?

«Come tutti i giorni mi sono svegliata alle sei, ho fatto colazione e poi è arrivato il pulmino che mi ha portato dal paese dove vivevamo all’ospedale per il turno che iniziava alle otto e terminava alle sei di sera.
In quel giorno di festa abbiamo fatto una pausa un po’ più lunga perché ci avevano organizzato il pranzo. Normalmente mangiamo il cibo del posto dove siamo, cucinato dallo staff, anche se poi gli italiani cercano di cucinare e trovano sempre il modo di fare una pasta.
Quando sono stata in Congo, dove avevamo un forno fatto di mattoni eravamo riusciti in qualche modo a fare anche la pizza. Il pasto è un momento di condivisione».

Com’era la vita nel campo in Bangladesh?

«Il campo ospitava Rohingya, scappati dal Myanmar perché il Governo li perseguita. Durante la fuga ne sono morti moltissimi, hanno incendiato i loro villaggi.
In una settimana ne erano arrivati 300/400 mila. Quando c’ero io erano stipate 800mila persone in 50 km quadrati (16 persone ogni metro quadrato, per capirci). In quelle condizioni si parla di sopravvivere, non di vivere: le condizioni igieniche sono scarsissime e si sviluppano rapidamente le malattie. A Natale avevamo un’epidemia di morbillo, che aveva colpito soprattutto i bambini, tantissimi nel campo, anche senza genitori, e un’epidemia di difterite. La diffusione del contagio era velocissima, dato l’affollamento. Mi ricordo che la nostra capa ha chiesto che nel giro di tre giorni ci fossero 30/40 posti letto in più per fare fronte all’emergenza, e con le canne di bambù lo staff ha costruito due padiglioni aggiuntivi per l’ospedale.
In questi contesti vedi delle cose surreali, folli, poi non hai tempo per pensarci e vai avanti per affrontare l’emergenza.

Un’altra storia è stata passare il Natale in Sicilia. In Bangladesh il contesto è quello di emergenza umanitaria, in un Paese totalmente lontano da te dal punto di vista fisico e culturale. Mi ricordo che mia capa inglese quasi si era dimenticata di chiamare a casa per fare gli auguri.
Un altro conto è viverlo in Italia, dove vedi delle situazioni estreme, che mai ti immagineresti di vedere nel tuo Paese».

Per te è stato più difficile quando hai lavorato in Sicilia?

«Sì. Mi ricordo il Natale del 2014: il 24 sera, ero sul molo del porto di Augusta con gli altri miei colleghi e aspettavo una barca che stava arrivando con i superstiti di un naufragio. C’era un campo con alcune tende e facevamo primo soccorso alle persone che venivano recuperate con l’operazione Mare Nostrum. Mi ricordo tutto: l’impatto emotivo di questa vigilia di Natale sul molo, dove erano stati adagiati anche i corpi di chi non era sopravvissuto. Attorno a noi, a un chilometro, era Natale, era festa, e lì…. Non so cosa sia più difficile: se passare il Natale in Bangladesh dove sei effettivamente lontano dal ‘nostro mondo’ o in Italia dove vivi questo doppio aspetto».

Hai anche ricordi belli di queste missioni?

«Una delle cose più belle è il rapporto che si crea con lo staff nazionale, che ci aiuta a integrarci, persone con le quali vivi delle esperienze importanti, sempre a stretto contatto, con le quali si crea un rapporto profondo. Sai che non li rivedrai mai più ma ti rimangono dentro, ti lega a loro la tua stessa umanità. Io ci tengo a dire questo, in una giornata come oggi.

Non importa che lavoro si fa, non importa se oggi si sta festeggiando il Natale o meno, non importa se si è qui o lì. Quello che importa è che non bisogna dimenticare mai l’essere umano. Umano nel senso di essere fisico, ma anche nel senso di rimanere umani. Continuare a lottare per questa visione di umanità. Ognuno per il suo, ognuno nel suo piccolo, nel suo lavoro, qualunque sia».

Hai un ricordo particolare che ci vuoi raccontare?

«Mi ricordo del 2014, quel Natale in Sicilia; dopo aver soccorso i profughi, abbiamo lavorato fino a tardi, mancava mezz’ora a mezzanotte, poi siamo andati a casa e abbiamo mangiato il panettone. E il giorno dopo era Natale, avevamo il giorno libero e siamo andati in ospedale a trovare un ragazzino che avevamo soccorso. Aveva 14 anni, era partito da solo con il fratello che ne aveva 18, e mentre lui era sopravvissuto al naufragio il fratello più grande non ce l’aveva fatta. Era solo, aveva avuto un crollo psicologico ed era ricoverato, era supergiovane, era completamente perso. Certi casi ti rimangono dentro più di altri».

Cosa gli avete detto quando siete andati a trovarlo? Come si dialoga con persone che hanno vissuto questi traumi, con cui c’è anche la barriera della lingua?

«Spesso non è necessario parlare. Tante volte basta essere lì. La presenza, uno sguardo, un abbraccio a volte funzionano più di mille cure».

Torneresti in missione? Staresti via per molto tempo?

«Le missioni hanno durata variabile, dipende dal contesto: se si è in una situazione di emergenza grave o di pericolo, come le zone dove ci sono epidemie, ad esempio di Ebola, oppure nelle zone di guerra, allora durano circa 3 mesi, perché si lavora incessantemente e sotto pressioni molto forti e dopo un po’ fisicamente e mentalmente non ce la fai più. Mentre altre missioni sono più ‘normali’, si lavora in contesti difficili ma in ospedali dove quasi sempre si riescono a fare turni di 8/9 ore. Lì le missioni possono durare 9 mesi o anche un anno. Io per esempio ho fatto sei mesi in Congo e altri sei mesi in Libano.

Ripartirò sicuramente, ho studiato per fare questo, ho lavorato in Italia nove anni, poi sono partita con Medici Senza Frontiere e adesso sono in Olanda per fare un master per potermi specializzare e ripartire. È quello che sento di voler fare nella vita. Ci tengo a ricordare che in queste missioni non lavorano solo medici, abbiamo anche logisti, cuochi, persone che ci lavano i vestiti, e che ci permettono fisicamente di lavorare e nel campo, e insieme con le altre associazioni che lavorano all’interno di questi contesti, cerchiamo di dare il più possibile dignità a ogni essere umano».

La foto che ci hai mandato ritrae te e altre due operatrici in Bangladesh, nel periodo di Natale, avete scritto sul cartello: «Buone Feste – Mandateci il caffè!», da buone italiane.

«Sì, ovviamente il caffè non si trova facilmente…. Ho girato il mondo con queste missioni, ma non riesco a rinunciare al caffè. Prima di partire faccio i conti di quanto starò via e mi porto in valigia le scorte di caffè che mi serviranno, e ovviamente anche la moka. Ovunque. Moka e caffè non mancano mai».

Nota finale: L’Alto Commissariato delle nazioni Unite ha registrato un totale di 70,8 milioni di rifugiati nel mondo nel 2018, la cifra più alta da quando esiste questo organismo, quindi da 70 anni. Solo il 16% è stato accolto in regioni sviluppate, mentre l’80% vive in Paesi confinanti con quelli di origine.

Se volete conoscere meglio il lavoro di Medici Senza Frontiere o sostenerlo il loro sito è: https://www.medicisenzafrontiere.it/

Leggi anche:
Un’altra storia di esperienza all’estero, in questo caso di volontariato, la trovate qui.
Abbiamo parlato tante volte di sbarchi e di naufragi, ad esempio quello purtroppo “storico” del 2013.

Margherita Aina

Margherita Aina

Giornalista, ha lavorato in radio e in televisione, scrive e si occupa di comunicazione, senza dimenticare le sue radici nelle risaie novaresi

Margherita Aina

Margherita Aina

Giornalista, ha lavorato in radio e in televisione, scrive e si occupa di comunicazione, senza dimenticare le sue radici nelle risaie novaresi

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