Orecchiette di contrabbando

Bari, un crimine a base di pasta raccontato dal New York Times.

BARI – Le nonne aprono presto il negozio. Dalle cucine del pianterreno che danno direttamente sulla strada esce la musica di vecchie canzoni, mentre spazzano il pavimento di pietra e spargono le loro orecchiette fatte in casa sui vassoi di legno con i ripiani a maglie.

Mentre la pasta si asciuga al sole Nunzia Caputo, 61 anni, siede con sua madre fuori dal negozio. Un uomo del posto è venuto a comprarne un chilo che la signora Caputo pesa su una bilancia vecchio stile.

“Qui è sempre tutto fresco”, dice mentre mostra la cucina ingombra di pentole bollenti di salsa, sacchi di farina di semola e un televisore che trasmette con l’audio muto. “Quello che non si vende lo mangiamo. E così succede questo…” dice indicando la sua pancia.

La scena – le nonne, la pasta fatta a mano, la strada con i ciottoli – evoca il Sud Italia dell’immaginazione popolare.

Le produttrici di orecchiette di via dell’Arco Basso nella città vecchia di Bari hanno attratto i turisti delle navi da crociera e hanno contribuito a far sì che Lonely Planet nominasse Bari una delle 10 migliori destinazioni d’Europa.

Hanno anche ispirato un annuncio di cosmetici di Dolce & Gabbana (“Pasta, Amore e Emotioneyes ”) in cui le figlie di Sylvester Stallone percorrono la strada in sottovesti nere, ballano con le nonne e setacciano le orecchiette con le dita.

Ma gli inquirenti sospettano che la strada della pasta della Bari Vecchia sia la scena di un crimine e ciò ha provocato la spaventosa repressione delle orecchiette di cui hanno parlato le cronache locali…

Secondo l’ufficio del sindaco, a metà ottobre gli ispettori della polizia hanno chiuso un ristorante locale perché serviva orecchiette “non tracciabili”, una violazione delle normative italiane e dell’Unione Europea che richiedono che la provenienza del cibo nei ristoranti sia chiaramente identificabile. La polizia ha multato il ristoratore e lo ha costretto a gettare diversi chili di orecchiette!

Nunzia Caputo, a sinistra, e sua madre, Franca Fiore.

 La notizia  (“Mano dura contro le orecchiette fatte a mano nella Bari Vecchia” ha titolato Repubblica) ha immediatamente preoccupato le donne di via dell’Arco Basso, che sono autorizzate a vendere piccoli sacchetti di plastica di pasta per uso personale, ma che non sono autorizzate a consegnare grandi ordini senza etichetta ai ristoranti.

Le donne non guadagnano molto e temono di essere costrette a dover indossare le retine per capelli, emettere ricevute e pagare le tasse. La gente qui si chiede se lo zelo italiano per i regolamenti, di solito scarso, questa volta invece finirà per sopraffare l’orgoglio locale di un’usanza che ha portato a Bari – dove molte famiglie hanno la loro pasta da asporto – turisti e una buona stampa a livello internazionale.

Il sindaco, Antonio Decaro, ha promesso di risolvere la cosa. Nel frattempo, a quanto pare, ha consigliato alle nonne di non dare troppo nell’occhio.

“Il nostro primo cittadino ci ha detto di non dire una parola su questo. L’informazione è un male per noi.”

Un altro nonna, una 82enne che si presenta solo come Vittoria, dice: “Qui tutti hanno paura che la Finanza piombi su di noi.”

All’estremità opposta della strada, Angela Lastella, 64 anni, circondata da sacchetti di orecchiette, taralli e pomodori secchi, mentre scaccia via un piccione affamato di carboidrati, alla domanda su una possibile proposta per le donne di unirsi per vendere più legalmente i loro beni, risponde esasperata: “Chi di noi è capace di fare una cooperativa?

Fino a 20 anni fa Bari Vecchia era conosciuta come “città dei ladri”, una zona proibita gestita da clan criminali. Il furto ha una lunga tradizione qui. Nel 1087, i marinai baresi in cerca di un’attrazione rubarono dalla Turchia odierna le ossa di San Nicola, (alle origini di Babbo Natale e tra l’altro santo patrono dei ladri) le cui reliquie sono ancora nella basilica di San Nicola a Bari.

La basilica di San Nicola, a sinistra

Prima delle orecchiette molte donne anziane della città vendevano sigarette di contrabbando dal Montenegro.

“Stiamo cercando di aiutarle”, ha detto il portavoce del Sindaco, aggiungendo che l’Amministrazione sta esaminando la possibilità di rendere l’area una zona di libero scambio e che non c’è nulla di sbagliato nel vendere un paio di chili a un utente occasionale di orecchiette al di fuori del libri contabili. “Non fa male a nessuno”, ha detto.

Molti locali sostengono che non le orecchiette ma i regolamenti rappresentino la vera minaccia.

L’Osteria delle Travi serve orecchiette di provenienza locale. 

“Queste donne lavorano 10, 15 ore al giorno, sette giorni alla settimana per sostenere i loro mariti e figli disoccupati”, ha detto Francesco Amoruso, 76 anni, la cui madre, una delle venerabili pastaie della strada, è morta l’anno scorso all’età di 99 anni.

Michele Fanelli, un sostenitore delle tradizioni locali che offre anche lezioni di orecchiette, si è fatto avanti per difendere le donne, sostenendo che sono le ultime vestigia di una Bari scomparsa. “La globalizzazione sta minacciando le tradizioni”, ha avvertito prima di entrare nella cucina della signora Caputo.

Franca Fiore, 88 anni alla domanda sulle ispezioni degli inquirenti scrolla le spalle: “Hanno ragione. Tasse e cose del genere. E’ tutto fuori dai libri. “

Mentre le altre donne modellano agilmente l’impasto, la signora Fiore racconta che sua madre le aveva insegnato a fare la pasta da bambina per nutrire suo padre e sette fratelli. La signora Caputo dice che anche sua nonna l’ha “obbligata” a fare orecchiette a partire dall’età di 6 anni.

La signora Lastella, pastaia di strada, dice che saper fare le orecchiette era un prerequisito per il matrimonio. Tutte intendono questa tradizione in modo positivo.

Vittoria, 82 anni, vende la sua pasta. È legale vendere piccoli sacchetti per uso personale, ma la vendita ai ristoranti richiede una licenza. 

“Dovrebbero aiutarci a tramandare questa tradizione, non a sterminarla”, ha continuato la signora Caputo. “Dovresti insegnarlo a scuola. Adesso hai figli che sanno parlare due o tre lingue ma non sanno farlo. Se dai loro una pallina di pasta, i loro occhi si illuminano. “

“Il Vangelo secondo Nunzia”, ​​commenta suo figlio, Rino Caputo, 43 anni, mentre si avvicina per mescolare una pentola di piselli.

La sera, mentre le donne riportano i loro vassoi di pasta nelle cucine adornate con le immagini di San Nicola, Diego De Meo, 44 ​​anni, il proprietario del ristorante Moderat, di fronte al municipio, riconosce che è stato il suo locale ad essere beccato con le mani nelle orecchiette “non tracciate”.

Aggiunge di aver allertato altri ristoranti, molti dei quali comprano le orecchiette dalle donne.

“Guarda, è corretto, è la legge”, riconosce riferendosi alla sanzione. Ma mentre i suoi affari non ne sono stati influenzati, si dice preoccupato per le pastaie di via dell’Arco Basso.

Mentre gli sbirri esaminavano la sua scorta di orecchiette e chiedevano informazioni sullo spacciatore, ricorda di averli guardati con stupore e di aver chiesto: “Ma non siete ragazzi di Bari?”

Cosa dire? Pagamento delle tasse e tracciabilità degli alimenti sono due capisaldi indispensabili. Possibile che nessuna istituzione sappia intervenire per aiutare le nonne di Bari Vecchia a mettersi in regola, aiutandole a costituire una cooperativa e garantendo loro una prospettiva economica più sicura e legale?

La signora Caputo al lavoro.

 Fonte: libera traduzione da un articolo di Jason Horowitz per il New York Times

Immagini: Gianni Cipriano per il New York Times

Bruno Patierno

Bruno Patierno

Mi occupo di marketing e di comunicazione. L’impresa più folle e istruttiva è stata fare l’Assessore a Napoli. Attualmente il mio maggiore interesse professionale è coordinare assieme all’amico Jacopo Fo il Gruppo Atlantide e in mezzo a questo c’è anche fare il project designer di People For Planet. Ne sono molto orgoglioso.

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